Il ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano si è dimesso. Cala infine il sipario su una vicenda che, a suo modo, entrerà nei libri di storia, se non per la sua importanza, certamente per il suo squallore. Il ministro Gennaro Sangiuliano si è dimesso, o meglio, è stato costretto a dimettersi. Si chiude così una farsa che, a ben vedere, più che farci ridere, ci ha fatto riflettere. E non in senso positivo. La trama di questa pochade sembra uscita da uno di quei vecchi film anni ’70 con Lino Banfi, dove la farsa si intreccia con la tragicommedia, ma qui, purtroppo, non c’è nulla di divertente.
Protagonisti di questa triste rappresentazione sono lo stesso Sangiuliano e una figura al contempo evanescente e ingombrante: Maria Rosaria Boccia, la consulente “non consulente,” imprenditrice, influencer, e chissà cos’altro. Una relazione personale, sfociata nel pubblico, che ha scosso le istituzioni. Certo, le vicende private dovrebbero restare tra le mura domestiche, ma quando un ministro della Repubblica perde la capacità di discernere tra il suo ruolo pubblico e la sua vita privata, il confine si infrange. E così è stato.
La questione qui non è tanto morale, quanto politica. Il vero dramma non è la tresca amorosa, ma il conflitto d’interessi che essa ha sollevato, con il coinvolgimento di risorse pubbliche e la confusione dei ruoli istituzionali. Si parla di incarichi sfiorati, trasferte ministeriali per conto di un’amante non certo ufficiale, visite a sopralluoghi del G7 della cultura, registrazioni clandestine durante incontri istituzionali. Tutto questo getta ombre gravissime sulla capacità del ministro di rispettare l’articolo 54 della Costituzione, che impone “disciplina e onore” ai servitori dello Stato. Due parole che in questa storia sono state del tutto ignorate.
Il punto di non ritorno è arrivato quando l’onda di scandali ha travolto l’intero esecutivo. L’intervista fiume rilasciata da Sangiuliano al Tg1, in cui ha tentato una difesa maldestra, è diventata l’epitome del tracollo: la prepotenza con cui ha cercato di ribaltare la narrazione si è trasformata in un boomerang. Da quel momento, le sue dimissioni erano inevitabili. Restare in sella avrebbe significato condannare l’intero governo a una spirale di imbarazzi sempre più profondi.
L’epilogo era scritto: un’anatra zoppa, anzi, un anatroccolo, che non avrebbe potuto fare altro che trascinare con sé l’intero esecutivo nel fango. Resta l’amara constatazione che, tra ricatti personali, interpellanze parlamentari e indagini della Corte dei Conti, il danno è stato fatto. In un autunno in cui le sfide per il Paese non mancheranno, l’Italia avrebbe meritato di meglio. Ma, come spesso accade, la realtà ha superato di gran lunga la più grottesca delle finzioni. Basteranno el dimissioni a chiudere il caso e soprattutto a salvare la maggioranza di governo?